Riuso e cinema: la reinvenzione degli oggetti attraverso il linguaggio cinematografico e l’animazione

“La Febbre dell’oro” (Charlie Chaplin, 1925)

Giuseppe Iasparra

In che modo il riuso è rappresentato attraverso il linguaggio cinematografico e di animazione? Abbiamo rivolto questa domanda a Giuseppe Mazza, pubblicitario, fondatore dell’agenzia Tita: 

In che modo il cinema, se lo ha fatto, ha raccontato il tema riuso?

L’ha fatto e continua a farlo in molti modi. La reinvenzione degli oggetti è al centro della poetica di molti autori, dalle sperimentazioni del muto alle commedie di Lubitsch fino, giusto per fare un esempio, ai giocattoli e i piccoli elettrodomestici assemblati da E.T. per contattare la sua astronave. Certo, spesso è una reinvenzione giocosa e non esprime didascalicamente obiettivi di sostenibilità. Anche se Wall-E, per esempio, il robottino della Pixar abbandonato sulla terra dopo un disastro ecologico, è proprio programmato per raccogliere i rifiuti e li reinventa genialmente.

Ci sono opere che presentano protagonisti o ambientazioni legate a questo mondo?

Per continuare sull’esempio di Wall-E, citerei tutti gli oggetti parlanti della Pixar, da Cars a Toy Story. Anzi, aggiungerei che in questo tipo di animazione contemporanea – con la profondità dei fenomeni legati all’infanzia – mi pare stia avanzando una nuova relazione con le merci, più organica, matura, consapevole. Per venire a pellicole più adulte, giusto per fare un altro esempio, citerei le suggestioni di Crash di Cronenberg, che anticipano anche la sensualità dei prodotti Apple, così legati alla dimensione tattile. Ma la lista è lunga. Il fatto è che la rilevanza del tema da te suggerito è enorme nel cinema, seppure mai raccontata, perché affronta il nostro rapporto con le merci, che per il cinema è uno degli elementi essenziali. Non dimentichiamoci che il film è un prodotto a sua volta.

Qual è l’accezione e il modo in cui il riuso è stato raccontato attraverso il linguaggio cinematografico?

Il fenomeno è narrativamente così vasto da impedire una valutazione tra positivo e negativo. Prendi la genialità del titolo “Ladri di Biciclette”, che nel raccontarti la storia di un escluso rappresenta in realtà una condizione collettiva. Il furto cui assistiamo è uno ma, come notava il critico André Bazin, il titolo è al plurale: il significato è che i poveri sono costretti a derubarsi tra loro. Quel “Ladri” ti lascia immaginare una città nella quale le biciclette fluttuano di mano in mano, smontate, rimontate, passando da un bisogno all’altro. Qui la relazione con gli oggetti diventa affresco sociale. Oppure pensa alla poesia di Chaplin, che reinventa le stringhe delle scarpe con l’immaginazione disperata della fame e le trasforma in spaghetti. O, ancora un ultimo esempio, ma potremmo continuare, il pallone che agli occhi del naufrago Tom Hanks in Cast Away diventa un amico. Insomma la verità è che quello con l’oggetto rinato e reinventato è un rapporto tra i più intimi nel cinema. Poi ci sarebbero altre accezioni, più narrative, per esempio il riutilizzo di storie già raccontate, o di personaggi che ritornano. Troppa roba per una sola intervista!

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